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lunedì 15 febbraio 2010

AVATAR 3D (Id., 2009) di James Cameron

James Cameron è un ottimo regista e pellicole come Aliens – scontro finale (Aliens, 1986), The Abyss (Id., 1989) e Terminator 2 – il giorno del giudizio (Terminator 2 – Judgement Day, 1991) lo hanno eletto RE incontrastato del genere fantascientifico. Ma è altrettanto indiscutibile che il regista canadese è un grandissimo “furbacchione” che sa bene quello che vuole la gente e, soprattutto, sa come darglielo: non è un caso, infatti, che i due film che hanno incassato di più nella storia del cinema sono entrambi suoi, fruttando più di 4 miliardi di $. Se nel caso di Titanic (Id., 1997) tale successo era più che aspettabile grazie a diversi fattori, primo dei quali la presenza del Teen-idol del momento Leonardo DiCaprio – mi ricordo di una ragazzina che andò al cinema 73 volte pur di vedere il suo idolo – ma anche grazie ad una melodramma d’amore “universale” e ad effetti speciali – come sempre nei film di James Cameron – che definire all’avanguardia è poco, gli stratosferici incassi, in tutto il mondo, di Avatar 3D (Id., 2009) mi hanno sorpreso assai. Con questo non voglio dire di aver mai pensato, anche solo per un momento, che la pellicola potesse essere un flop, non sono così sprovveduto, ma sinceramente non mi sarei mai aspettato che essa potesse diventare il film con il più alto incasso di tutti i tempi. I miei dubbi erano fondati soprattutto su due motivi. Il primo è che la fantascienza – mi riferisco a quella più “pura” –, pur essendo un genere che non muore mai, ai botteghini non ha mai fatto “sfracelli”: infatti nella classifica degli incassi di tutti i tempi oltre ad Avatar 3D, nei primi 30 posti, sono presenti una manciata di pellicole fantascientifiche come i vari Star Wars ed E.T. – l’extraterrestre (E.T. The Extra-Terrestial, 1982). Il secondo motivo riguarda l’assenza di un attore di grido nel cast: purtroppo è fatto noto che, molto spesso, basti il nome di una star hollywoodiana per garantire il “boom” al botteghino a pellicole magari anche mediocri o addirittura pessime. È, a mio avviso, molto interessante fare delle considerazioni sul cast della pellicola di James Cameron: esso è un insieme di “nuove leve” che, grazie a tale clamoroso successo, potranno finalmente fare il botto e “vecchie glorie” – più o meno… – cadute in disgrazia che magari riusciranno a rilanciare la loro carriera. Tra i primi impossibile non citare i due protagonisti. Sam Worthington che prima di Avatar 3D lo si potrebbe ricordare solo per Terminator salvation – l’inizio della fine (Terminator Salvation, 2009) – anche se onestamente, pur essendo uscito molto prima, ho dei dubbi che esso sia stato girato effettivamente prima di Avatar 3D visto i lunghissimi tempi di realizzazione della pellicola di James Cameron – e che invece, per il 2010, ha già in cantiere tre lavori cinematografici fra cui Scontro tra titani (Clash of the Titans, 2010) possibile sorpresa al botteghino di quest’anno. A Zoe Saldana è andata ancora meglio: per lei, nota al grande pubblico solo per la sua partecipazione all’ultimo Star Trek (Id., 2009) e piccolissime parti in altri film, sono ben quattro le pellicole in lavorazione per il 2010 più il sequel del film di J.J. Abrams già annunciato per il 2012. Per quanto riguarda le vecchie glorie, vorrei partire da Sigourney Weaver che dopo un periodo di appannamento sta per tornare alla grande con sei film tra 2010 e 2011 tra cui si vocifera – speriamo… – Ghostbuster III. Le altre due vecchie glorie, cadute più o meno in disgrazia, che sicuramente avranno dei vantaggi dal grandissimo successo di questo lungometraggio sono Giovanni Ribisi e la “tamarrissima” Michelle Rodriguez. Non bisogna stupirsi di tale fatto, basti pensare a tutti gli attori “graziati” dall’incredibile cinefilia di Quentin Tarantino: primo fra tutti, l’ex “ammalato” di febbre del sabato sera, John Travolta.
Ma veniamo al film…
Jack Scully è un ex marine costretto sulla sedia a rotelle. Grazie agli esperimenti portati avanti dalla dottoressa Grace Augustine per Jake si presenta l’opportunità di riprendere l’uso delle gambe. Sully sbarcherà su Pandora, un pianeta dove la mancanza di aria costringe gli umani a trasformarsi in Avatar, ibridi tra gli umani e i Na’vi, in cerca di minerali preziosi.
Avatar 3D è un film che farà, indubbiamente, molto discutere e questa volta non per i temi trattati come capita nella maggior parte delle volte in cui una pellicola diventa un caso. Il lungometraggio di James Cameron farà discutere soprattutto per le sue qualità intrinseche: ai più esso potrà apparire come uno spettacolare intrattenimento visivo con il nulla intorno, ma io sono qua per dimostrarvi il contrario. Il film è stato il primo ad essere girato in “3D Fusion Camera”, un tipo di cinepresa digitale ad alta definizione 3D alla quale Cameron stesso, insieme a Vince Pace e Rob Legato, ha dedicato 6 anni di sviluppo. Molti sono contrari, tra cui io stesso, a considerare la tecnologia come mero strumento che debba salvare la mancanza di idee o l’incapacità di raccontare storie, ma non credo che questo possa essere collegato alla pellicola del regista nato in Canada, la cui trama è innegabile che sia quanto di più basilare si potesse realizzare ma comunque credo che essa, d’altro canto, risulti piacevole e non annoi, e questo per una pellicola di quasi tre ore non è poco. Inoltre sono convinto che, alla fine, il 3D è solamente uno specchietto per le allodole: certo lo spettatore, inizialmente, viene preso dalla meraviglia ma dopo un po' si abitua e si immedesima nella storia. Se la storia è noiosa, rimane noiosa anche in 3D. Ma come dicevo in precedenza non è questo il caso di Avatar 3D, il quale ha parecchi spunti interessanti che si possono sviluppare.
Ok! Partiamo dalla trama: essa è sicuramente lineare al 100% e forse è un po’ troppo debitrice verso fonti storico/letterarie – Pocahontas – e, anche, cinematografiche – Balla coi lupi (Dances with Wolves, 1990) e L’ultimo samurai (The Last Samurai, 2003) – però, grazie agli effetti speciali all’avanguardia, sa come coinvolgere lo spettatore. Qua si potrebbe aprire una discussione sull’eticità di basare una pellicola, quasi esclusivamente, sul potere delle immagini e non sullo svolgersi dell’azione: io credo che è vero che un prodotto cinematografico è formato da più elementi, i quali si amalgamano per cercare di ottenere il meglio possibile, ma è innegabile che, con il passare degl’anni, le immagini sono diventate sempre meno “indispensabili” – passatemi la provocazione – e si sono sempre più asservite alla storia. Le immagini sembrano imprigionate in una gabbia dorata: esse continuano ad essere il centro nevralgico di un film ma non ne sono più sua massima espressione. Ma non è stato sempre così, basti pensare ai film delle origini, quelli muti, in cui – ovviamente – le immagini erano tutto. In un certo senso, è come se Avatar 3D cercasse di riportare la componente visiva ai suoi albori, ed è per questo che considero la pellicola di Cameron una sorta di “ritorno al futuro”: attraverso effetti speciali di ultima generazione, il regista canadese ci riporta alla preistoria del cinema. Elevandosi, qualitativamente, ad un altro livello, è possibile portare l’esempio di Terrence Malick: nei suoi film, egli ha sempre messo in primo piano la componente visiva delle sue pellicole, come non ricordarsi della magnificenza delle immagini de I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978), definito da molti, più che meritatamente, il film a colori più bello mai realizzato… rimanendo sulla filmografia del regista texano è possibile riscontrare molte assonanze tra il lungometraggio di James Cameron e il suo The new world – il nuovo mondo (The New World, 2005). In primis, sicuramente la storia narrata… non è un’eresia definire la vicenda di Avatar 3D come una sorta di “Pocahontas del futuro”, molto effettivamente hanno in comune le due trame dei film citati: lo straniero accettato dal nativi del luogo, l’innamoramento corrisposto con la figlia del capo, l’indecisione del protagonista da che parte sia più giusto stare e tante altre situazioni. Ma la similitudine che più mi ha colpito è la rappresentazione della Natura e il rapporto che istaurano i nativi con essa: il rapporto simbiotico/armonico, di profondo e religioso rispetto, vissuto con la sacralità della natura è del tutto evidente. È un contatto spirituale, fisico, materiale: la natura viene toccata, respirata, ascoltata nella sua totale immersione dei sensi e dei corpi. Emblematica in questo senso è, in The New World, la sequenza in cui Pocahontas mima il canto e le movenze degli uccelli, dove “gioca” ma anche esprime la sua appartenenza a quella entità che è fonte di vita, di cultura, di anelito religioso. Mentre, nel lungometraggio di Cameron, il rapporto di perfetta simbiosi tra i Na’vi e la natura è esemplificato dal fatto che essi possono comunicare con gli animali del loro pianeta stabilendo un legame tra la loro treccia e il sistema nervoso dagli animali. I Na’vi, come i nativi d’America, venerano Madre Natura – o la sua corrispettiva – che viene definita “Eywa”. Essa è in grado di poter avere una connessione con tutte le cose e gli esseri viventi di Pandora.
Con tutte queste mie riflessioni non voglio esaltare eccessivamente il film di James Cameron perché comunque ha dei difetti evidenti… in primis è evidente che la storia da esso narrata è molto banale, anzi direi perfino scontata: fin dal primo si sa benissimo come dove andrà a parare la vicenda… sappiamo chi alla fine vincerà… non esiste nessun elemento sorpresa… ma ripeto che la semplicità non è, per forza, un fattore negativo. Una semplicità che ha toccato anche i protagonisti di tale pellicola, infatti un altro aspetto che è stato messo alla berlina sul web è la caratterizzazione dei personaggi, definita su internet “senza una minima sfumatura" e si faceva riferimento a personaggi "tagliati con l’accetta”. Questo è innegabile, ma tutti coloro che hanno posto questa questione hanno glissato sul fatto che, molto spesso, questo è un “male” necessario: chiunque abbia un minimo di conoscenza nel campo dello “scripting” sa che il principale intoppo in cui uno sceneggiatore può incorrere è quello di mettere troppa “carne sul fuoco”, rendendo il film troppo evasivo e faticoso da seguire per lo spettatore. Sono convinto che se il regista canadese avesse arricchito i personaggi oltre una caratterizzazione basilare, avrebbe causato un’eccessiva complessità della vicenda – creando una serie di sottotrame fuorvianti –, facendo perdere ad Avatar 3D quella semplicità che è alla base di una pellicola del genere.
Il film in questione, come ogni lungometraggio che si rispetti ha, al suo interno, un messaggio. Il messaggio che Avatar 3D vuole lanciare è il classico avvertimento ecologista; esso è molto in voga in questi anni nel Main Stream… come dimenticare – per demeriti ovviamente… – il dimenticabilissimo Ultimatum alla terra (The Day the Earth Stood Still, 2008), remake del cult di Robert Wise. Nel rifacimento la terra deve essere completamente “disinfestata” dal genere umano, colpevole di aver quasi “ucciso” il suo stesso pianeta a causa della propria stupidità. Il messaggio in sé è innegabile che sia alquanto banale e se devo essere del tutto sincero lo definirei molto demagoga e populista, però il merito di James Cameron è stato quello di inserire questo suo pensiero in una cornice spettacolare: uno straordinario contenitore così coinvolgente da far risultare credibile qualunque tipo di messaggio egli avesse deciso alla fine di propinarci.
Come vi ho detto in precedenza, la pellicola di James Cameron ha fatto discutere – e lo farà ancora molto – soprattutto per il suo rapporto con la religione. Il quesito che si sono posti molti giornalisti, esperti di cinema, religiosi stessi, è il seguente: di quale religione è Avatar 3D ? E come vedremo in seguito le risposte sono molte e disparate. Secondo alcuni, Avatar 3D presenta “un’apologia del panteismo, una fede che rende Dio uguale alla Natura, e chiama l’umanità a una comunione religiosa con il mondo naturale”. Per la religione panteista Dio è tutto. È innegabile che questa visione religiosa è molto sfruttata ultimamente da Hollywood, gli stessi nativi d’America in The new world – il nuovo mondo di Terrence Malick avevano una visione panteista: il motivo di questo “successo” del panteismo non solo ad Hollywood ma anche tra la gente comune americana è dato dal fatto che esso “apre la strada a un’esperienza del divino per la gente che non si sente a proprio agio con la prospettiva scritturistica delle religioni monoteistiche”. A questa interpretazione hanno replicato diversi osservatori: Jay Michaelson, per esempio, ha corretto l’interpretazione di panteismo per Avatar 3D, parlando invece di “visione unitaria dell’Essere”, inoltre “I panteisti non pregano, i panessenzialisti sì, come avviene in Avatar 3D”. Dall’Oriente arrivano interpretazioni ancora più “teologiche”. Il quotidiano “Hindustan Times” ha ospitato una recensione in cui nei personaggi alieni che abitano Pandora, i quali “sono di colore blu, non molto diversi dalle immagini popolari di Shiva”, può essere riconosciuta una delle principali divinità induiste. E il cristianesimo, è assente da Avatar 3D ? Mark Silk, nel suo blog rintraccia il nome “cristiano” di un personaggio del film: Grace Augustine – il nome del personaggio interpretato da Sigourney Weaver –, che per l’autore fa riferimento al concetto cristiano di “grazia”: infatti, sarà proprio Grace a spiegare al protagonista, l’ex marine Jake Sully, i significati nascosti del mondo di Avatar 3D, come quello di “rinascere due volte”, che Silk rilegge cristianamente secondo il dettato evangelico dei “born again”. Il dibattito, come si vede, è più aperto che mai.
Come ultimo aspetto, mi preme molto analizzare il 3D. Molti considerano questa tecnica come un fuoco di paglia, io spero di no… a me questa “vecchia innovazione” (i primi film in 3D sono addirittura degli anni ’20) piace un sacco. In 3D ho visto San Valentino di sangue 3D (My Bloody Valentie 3-D, 2008) e Viaggio al centro della terra (Journey to the Center of the Heart, 2008) rimanendo colpito dalla tridimensionalità di queste due pellicole – peccato che non fossero proprio dei capolavori – ma devo dire che Avatar 3D mi ha convinto di più, non tanto per la qualità del 3D, che comunque è superiore, ma per il suo utilizzo: una tridimensionalità epurata da ogni sua componente spettacolare o sorprendente. Il successo di Avatar 3D lo si deve ad una trama che non si assoggetta al 3D… dimenticate oggetti che vi vengono banalmente addosso… perché la tridimensionalità del lungometraggio del regista canadese la si deve apprezzare di più proprio perché non ha lo scopo di “divertire” lo spettatore – è per questo, credo, che molti sono rimasti delusi – ma ha il compito di far sembrare ancora più vasto – e coinvolgente – il meraviglioso mondo di Pandora… e in questo riesce benissimo.
Non posso che consigliare la nuova pellicola di James Cameron… soprattutto per chi vuole passare quasi tre ore di spensieratezza tra vari “ooooohhhhh” di gente stupita… perché è innegabile che Avatar 3D stupisce per la sua perfezione tecnica: è impossibile non rimanere affascinati dalla cura messa dal regista in ogni minimo particolare. Conclusione: yes, it’s a fabolous world.
PS: per quanto riguarda la parte della recensione in cui ho analizzato la religione di Avatar 3D, mi sono basato, in parte, su un articolo apparso su “l’osservatore romano".

sabato 24 ottobre 2009

L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD (The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford, 2007) di Andrew Dominik.

Secondo film del mio blog e si sale nettamente di livello, direi in maniera vertiginosa... quindi attenzione ai giramenti di testa. :) L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik è veramente una pellicola notevole, e mi permetto di dire, senza fallo e senza vergogna, che è uno dei migliori film che ho visto di recente. Avevo già avuto modo di apprezzare le doti del regista neozelandese in Chopper (Id., 2000), film molto duro che narra delle vicende di un violento criminale australiano, Mark Brendon Read, detto appunto Chopper, ma devo dire questo suo secondo lavoro “malickeggiante” - da Terrence Malick, atipico regista americano, autore di quattro film in più di trent'anni – in quasi ogni suo elemento mi ha davvero piacevolmente sorpreso. Sicuramente, come spiegherò in seguito, non è un film per tutti e di facile visione, però a mio parere vale veramente la pena visionarlo – e non dico vederlo apposta – per apprezzare una pellicola per certi versi indecifrabile che è, per classificazione, un western, ma in fin dei conti è come se non lo fosse... vedere per credere. Devo inoltre dire che L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford oltre ad essere ben diretto da Andrew Dominik è anche ottimamente interpretato, soprattutto per quanto riguarda i tre attori “principali” - e più noti al pubblico – Brad Pitt, Casey Affleck e Sam Rockwell. Un attestato di stima soprattutto per il primo, il quale ha co-prodotto una pellicola del genere, sicuramente di difficile appeal sul pubblico, andando incontro ad un flop inevitabile... e non credo proprio possibile che non fosse consapevole del fatto il film sarebbe stato, come appunto si è verificato, un fiasco clamoroso.
Partiamo da un presupposto imprescindibile, L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford è uno dei film più “malickiani” degli ultimi anni e io sono un grande estimatore del regista texano tanto da aver apprezzato anche The new world – il nuovo mondo (The New World, 2005) – al punto da averci fatto la mia tesi di laurea – davanti al quale molti dei suoi sostenitori hanno storto il naso. Sul web, in molti forum “specializzati”, ho letto commenti che circoscrivevano il prodotto registico di Andrew Dominik ad uno “scimmiottamento” dei lavori di Terrence Malick; io sono più propenso a vedere in questo film, piuttosto, un continuo omaggio al regista texano, il quale a detta dello stesso autore di L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford oltre ad essere un suo caro amico è anche il suo unico punto di riferimento in ambito cinematografico. E chi ha visto il film non può che trovarsi d'accordo con questa sua ultima affermazione; infatti confrontando la pellicola di Andrew Dominik con le opere di Terrence Malick, non si può non riscontrare almeno tre punti di incontro: il primo sicuramente è lo stile narrativo, il regista neozelandese ripropone lo stile, fatto di ritmi lenti e tempi dilatati, che ha reso celebre il regista de La sottile linea rossa (The Thin Red Line, 1998); il secondo riguarda, invece, lo stile filmico, il quale si rifà chiaramente alla filmografia “malickiana” in particolar modo a I giorni del cielo (The Days of Heaven, 1978). La fotografia del film di Dominik è, innegabilmente, molto debitrice nei confronti di quella di Almendros – tra l'altro vincitrice dell'Oscar – della pellicola di Malick. Il terzo punto di incontro è l'utilizzo della voce over stilema caratteristico di tutta la carriera del regista texano. Come Terrence Malick, anche Andrew Dominik affida ad uno dei personaggi principali – il “codardo” Robert Ford – il compito di narrarci la vicenda e, sempre come nei film di Malick, il protagonista non narra la “storia” in modo analitico, cioè raccontandoci esclusivamente i fatti, ma vi inserisce i propri stati d'animo e il mutamento dei propri sentimenti nei confronti del bandito-idolo Jesse James.
La pellicola, tratta dall'omonimo romanzo di Ron Hansen, si concentra sul periodo appena precedente alla morte di Jesse James, in particolar modo sul rapporto che quest'ultimo instaura con Robert Ford, il suo assassino. Robert Ford è un giovane di neanche vent'anni che fin da piccolo ha un'ammirazione smisurata per il famoso bandito, tanto da voler a tutti i costi entrare, alla fine riuscendovi, nella sua banda di fuorilegge. Ma la diffidenza e il non particolare interesse che Jesse dimostra nei suoi confronti è per Robert un affronto troppo grande, il quale, ferito nell'orgoglio e soprattutto nella sua ambizione, trasformerà il suo “amore” in “odio”, portandolo a compiere quell'atto che lo marchierà a vita, ed anche oltre, come il più grande codardo della storia americana.
Il film di Andrew Dominik non è certo un film facile da vedere, è una di quelle pellicole che ai più può apparire noiosa e magari anche priva di senso. La difficoltà di visione è data si dalla lunghezza del film, quasi 160 minuti, ma soprattutto dal fatto che l'azione è praticamente a zero. Io sono convinto che la maggior parte dei – purtroppo – pochi spettatori che ha visto il film fosse completamente impreparata ad una visione di un film del genere. Io – spettatore medio – non posso andare al cinema, o noleggiare un film, pensando di trovarmi di fronte ad una pellicola di western con sparatorie, saloon, belle donne in sottoveste e chi più ne ha ne metta, e poi apprezzare un film che ne è l'esatto opposto e non ha niente di tutto questo... ne sono pienamente convinto. Un film di tale portata va visto consapevolmente per poter essere pienamente goduto. La (non) storia di Jesse James è un racconto introspettivo, la vicenda di un mito incapace di essere tale e di un ragazzo neanche ventenne che invece è disposto a tutto pur di diventarlo. Una storia che, pur essendo ambientata nel XIX secolo, potrebbe benissimo essere riproposta ai giorni nostri: cosa si sarebbe disposti a fare pur di diventare qualcuno?! Risposta: basta guardare la televisione... e quante volte si è sentito di affermate celebrità, che ai nostri occhi di “poveri diavoli qualunque” dovrebbero essere le persone più felici del mondo, autodistruggersi o persino arrivare a tentare il suicidio?! Purtroppo non è tutto oro quello che luccica, e forse anche Jesse James, il bandito più famoso della storia americana, alla fine è stato solo un “povero diavolo qualunque”... sicuramente è morto come tale. La domanda quasi immediata che ci si pone durante la visione è la seguente: perché fare un film su uno dei più grandi e discussi eroi dell'epoca western senza il western?! Bella domanda, difficile risposta... in effetti L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford andrebbe annoverato come film western ma non lo è, almeno nel senso classico e stretto del termine. Il film di Andrew Dominik è, come detto in precedenza, una pellicola introspettiva che si basa quasi esclusivamente sul rapporto tra i due protagonisti, interpretati in maniera eccelsa da Brad Pitt e Casey Affleck; inoltre a mio parere l'ambientazione storica – Missouri, fine XIX secolo – non basta per catalogarlo in un circoscritto genere cinematografico. Volendo essere più precisi, l'unica sequenza da film western è l'ultima scorribanda effettuata dai fratelli James, ovvero l'assalto al treno all'inizio del film; da questo momento in poi il film cercherà di riproporre in maniera fedele, ma anche lacunosa, gli avvenimenti che porteranno alla morte di Jesse James. Questa lacunosità ha dato adito ad alcune critiche alla pellicola, ma a mio avviso non intacca l'anima del film di Andrew Dominik. Infatti come in The new world – il nuovo mondo di Malick – rieccolo! – anche nel lavoro del regista neozelandese le vicende storiche passano in secondo piano rispetto alle vicende interiori dei due personaggi principali. Ed è in questa scelta che il film risulta vincente, infatti Andrew Dominik riesce bene a trasmettere allo spettatore i mutamenti che avvengono nell'animo dei protagonisti, a partire da Robert Ford, prima ammiratore fanatico di Jesse James e poi persona ferita in cerca di vendetta e gloria. Appunto la gloria è forse il filo conduttore di tutta la pellicola perché, a conti fatti, è il vero scopo che si prefigge fin dall'inizio il “codardo” Robert Ford: l'ammirazione iniziale per il bandito-eroe non è voglia di essere come lui, ma folle desiderio di essere lui, di essere quello che lui è per la gente della sua epoca, e soprattutto quello che potrà essere – e sarà – per le popolazioni degli anni a venire... un mito, una leggenda. Infatti, ad un certo punto, Jesse James, che forse inizia ad intuire la morbosità dell'ammirazione che nutre per lui il ragazzo, gli chiederà “Non riesco a capire. Vuoi essere come me o vuoi essere me?”, chiaro riferimento alla bramosia di essere qualcuno che ha intravisto – anche prima dello spettatore – nel suo “antagonista”. A conti fatti il tramutato desiderio di essere ricordato non più come un novello Jesse James, ma come colui che ha ucciso Jesse James non stupisce più di tanto e va inquadrato sempre nella continua ricerca di essere qualcuno, di essere ricordato, di vivere nei secoli dei secoli, da parte di Robert Ford. Una gloria effimera che, come scoprirà in seguito a sue spese, sarà per lui soltanto una dannazione. Anche per quanto riguarda la vicenda di Jesse James il filo conduttore è la gloria, quella gloria che Robert Ford vorrebbe avere e che lui invece ha, la quale in fin dei conti gli permetterebbe di vivere in grandezza e che dovrebbe farlo sentire superiore a tutti gli altri, ma che in realtà è solamente un peso che lo sta lentamente uccidendo dentro spingendolo al “suicidio”, perché alla fine di questo si tratta: la modalità con cui viene rappresentata la morte di Jesse James ad opera di Robert Ford, ovvero con il bandito che prima si toglie il cinturone con le pistole e poi dà le spalle di proposito a quello che sapeva con certezza essere il suo assassino, non può non far non pensare ad una volontà di morte – liberazione – da parte di Jesse James. A questo proposito si può sottolineare una nuova chiave di lettura della pellicola di Andrew Dominik, che come detto in precedenza, procede soprattutto grazie ai rapporti tra i due personaggi principali; è però evidente che il film sviluppa anche un rapporto di conflitto infra-personale, ovvero ognuno dei protagonisti è in conflitto anche con se stesso. Lo è il bandito Jesse James, il quale non riesce a vivere – ed apprezzare – la sua dimensione di mito ed è completamente incapace di fidarsi del prossimo, risultando alla fine, come quasi tutti gli “eroi”, solo. Lo è il “codardo” Robert Ford vittima dell'ossessione di mostrare a se stesso e a tutti gli altri di poter essere qualcuno. Ma sarà proprio questa sua voglia di dimostrarsi coraggioso a farlo ricordare da tutti come l'esatto opposto, ovvero il “codardo” che ha ucciso vilmente alla spalle Jesse James... e alla fine risulta evidente che i suoi sogni di gloria eterna sono stati soltanto un illusione come, tra l'altro, mestamente ci fa capire egli stesso in una delle sue ultime battute del film: “Jesse James era più grande di quanto si possa immaginare. Uno può cercare di avvicinarsi a lui, di voler essere insieme a lui, di voler essere come lui… ma finisce sempre che qualcosa manca”. Conclusione: ¿Quien puede matar una leyenda?
Post Scriptum: Brad Pitt per la sua interpretazione ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore alla "Mostra del Cinema di Venezia". Sicuramente la sua è stata un'interpretazione notevole, ma io sono convinto che Casey Affleck avrebbe meritato il premio molto più del suo “più famoso” collega. La sua interpretazione nei panni del “codardo” Robert Ford è stata una delle migliori di tutto il 2007 e la sua mancata premiazione alla Mostra del Cinema – soprattutto se a discapito di Brad Pitt – non me la riesco proprio a spiegare... forse la codardia è stata punita ancora una volta... e questa volta ingiustamente!